Home Interviste Al nido con il babbo. Pubblichiamo la lettera di un genitore

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un breve testo scritto da un giovane padre che ha vissuto l’ambientamento di entrambi i suoi figli al Nido Stacciaburatta di Scandicci nella sezione lattanti e che descrive in modo ironico il suo personale vissuto in un ambiente particolarmente e storicamente femminilizzato, ponendo l’accento sulla questione più che mai attuale dei ruoli genitoriali.
Grazie a Cristina Gatta e alle altre educatrici del nido per il loro lavoro e un ringraziamento speciale ad Alessandro Pisano per i temi interessanti che solleva e per aver trovato il tempo di scrivere questo articolo!

Ciao a voi che leggete!
Mi presento: sono Alessandro, ho 31 anni e faccio uno dei mestieri più antichi del mondo, lo sciaman… ehm…
oggi occorre la laurea e si chiama medico!

Procediamo in ordine cronologico (per non fare disparità tra i mimmi), partiamo dal mio mimmo più grande, che ha, al momento, 3 anni e che chiameremo L. Due anni fa, con la fidanzata di allora (che nel frattempo è diventata moglie), abbiamo deciso (anche, e soprattutto, per necessità) di mandarlo al nido. E il nido, in ottobre, quasi al compimento dell’anno, è iniziato.
Probabilmente chi legge questo testo sa già che i bimbi al nido devono fare un periodo/percorso di inserimento graduale (in più ci mettiamo che L è e è sempre stato un po’ “appiccicoso” e restio alla separazione) che dura almeno tre settimane.
Nella nostra logistica familiare è stato più comodo, quasi ovvio, che mi ci dedicassi io, visto che la moglie (che
pure fa uno dei mestieri più antichi del mondo: medico pure lei!) faceva e fa orari più rigidi con maggiori difficoltà a seguire con elasticità quel delicato momento.

Concettualmente non è stato un grande problema, anzi, non vedevo l’ora di cimentarmi in questa nuova esperienza genitoriale… insomma: nuove attività coi mimmi!
Sono insorte ovviamente delle difficoltà, il difficile momento della separazione ci accompagnava ogni mattina, ma, con l’aiuto delle tate e della rassicurante routine (da una parte quella propria delle attività del nido, dall’altra quella domestica, come, per esempio, andare in bici la mattina, entrare e uscire stando sulle spalle, cantare le canzoncine durante il tragitto) l’ingranaggio si è avviato e molti problemi si sono risolti.
Poi è nato due anni dopo il piccolo D, e a settembre (ai suoi 7,5 mesi) si è ripresentata la simile storia di inserimento al nido (nel momento in cui scrivo pare la faccenda sia avviata bene).  Le necessità di logistica familiare sono state simili e nuovamente mi sono occupato io dell’inserimento.

Una storia come molte, forse banale, specialmente per chi la vede dall’esterno, ma densa di emozioni per i genitori e i bimbi che hanno partecipato e che affronteranno l’esperienza della separazione nei mesi successivi. Densa anche per le povere educatrici che devono affrontare a ogni ciclo bambini differenti e rapportarsi a genitori preoccupati, con il loro
bagaglio di conoscenze/ credenze/ convinzioni e che non hanno avuto altre esperienze di asilo nido.

Ma veniamo a noi: l’aspetto più “curioso” della vicenda sono stato proprio io! Non che voglia fare il megalomane o abbia particolari o presunti meriti, ma la mia presenza ha  destato molta curiosità! Un Babbo che fa l’inserimento al nido!
La cosa “incuriosiva” gli altri genitori (anzi, le altre genitrici, visto che erano tutte mamme!), poi, nei giorni, ho scoperto che anche per le tate ero una “anomalia”.
All’inizio mi ha un po’ stupito essere guardato come un fenicottero blu nel recinto dei fenicotteri rosa, mi domandavo “questo è un asilo nido, le educatrici/ operatrici fanno questo lavoro da anni, non hanno mai visto un Babbo che fa l’inserimento coi propri piccoli?”. La risposta è “poco pochissimo”. Bizzarro!
Riparlandone ho scoperto che l’anno prima, pure, un Babbo ha inserito al nido il pargolo (“si narra che”), ma insomma, non rappresenta proprio l’abitudine, quest’anno, devo dire, a sorpresa, ce ne son stati 3 o 4!

Prendendola larga, in questi tre anni in cui siamo diventati genitori (e, più alla larga, dai due anni prima in cui siamo andati a vivere insieme), ci siamo accorti che, nonostante si viva nel 2015 dell’era volgare (e gli uomini dovrebbero aver raggiunto un certo grado di emancipazione domestica), manca spesso un “punto di vista” paterno nella gestione dei figli.
Ora, non voglio essere travisato, né usare termini impropri (visto, soprattutto, che non mi occupo di pedagogia e puericultura), ma succede che:
1) le Mamme sanno tutto dei figli, capiscono le paroline storpiate che dicono, conoscono le
loro abitudini, completano loro le frasi e fanno l’inserimento al nido;
2) i Babbi si procacciano il cibo andando a lavoro e conoscono la persona bassa di casa (sì, quella che urla la notte).

Non posso e non voglio fare di tutta l’erba un fascio (conosco e ho conosciuto Babbi attivi nella gestione dei figli), ma alla fine l’inusuale è stata proprio la mia presenza all’inserimento! Non voglio stare a ricercare la causa di questa diffusa disparità di ruolo (e non ne avrei le competenze), ma dirò la mia!
Ho (abbiamo) scelto di diventare genitore, mi immaginavo che le abitudini di vita sarebbero cambiate, ma ho affrontato felice il cambiamento (non voglio farla lunga sulla melensa bellezza di avere figli, ecc) e ne ho accettato conseguenze e responsabilità.
Il bambino fa la cacca? Si cambia!
Il bambino ha fame? Si fa la pappa!
Il bambino deve andare a scuola? Si veste!
Il bambino ha bisogno di una figura di riferimento per l’inserimento al nido? Si inserisce!
Quasi tutto (non allatto, per esempio) può esse fatto da entrambi i genitori, e, visto che facciamo anche un lavoro simile, non vedo perché mi debba tirare indietro. E poi io mi ci diverto coi pargoli! È divertente giocare insieme, fare le giratine, mangiare, affrontare la puntura del vaccino, vivere insieme, insomma: condividere le cose belle e le cose meno belle.
La Mamma ha una partenza avvantaggiata, nel legame coi figli, ovviamente: dalla gravidanza all’allattamento riveste un ruolo importante. Il Babbo deve riuscire a ricavarsi una “nicchia”. Da quando ero piccolo trovavo bambini i cui Babbi erano compagni di gioco o Autorità che alzavano la voce, ma, alla prima “complicazione” facevano riferimento solo sulla
Mamma (un po’ come gli stereotipati meme che girano sui social network ). A me semplicemente non andava di fare il genitore così, di “presenza”.

E così torniamo al tema di questo (lungo) monologo: sono stato ben felice di aver condiviso coi mimmi il delicato momento dell’inserimento al nido. È non solo un’ulteriore occasione di conoscerci e guadagnarci la reciproca fiducia, ma anche una nuova scoperta di emozioni, che altrimenti non si proverebbero. Le esperienze giornaliere (di quelle che passerebbero inosservate) del proprio figlio che ti ride e tende le manine per essere preso, che ti cerca perché ha fame, che si diverte quando lo cambi (e cerca proprio te!) non sono misurabili come grandezze fisiche né possono essere messe su una bilancia col tempo impiegato a creare quel clima di condivisione reciproca, ma superano di gran lunga le risorse spese.
Il tempo a disposizione non è infinito, impieghiamolo bene!
Babbo Alessandro Pisano